Codice di Procedura Civile


LIBRO SECONDO
Del processo di cognizione
TITOLO III
Delle impugnazioni
CAPO III
Del ricorso per cassazione
SEZIONE III
Del giudizio di rinvio

Art. 392

Riassunzione della causa
Testo a fronte
TESTO A FRONTE

I. La riassunzione della causa davanti al giudice di rinvio può essere fatta da ciascuna delle parti non oltre tre mesi (1) dalla pubblicazione della sentenza della Corte di cassazione.

II. La riassunzione si fa con citazione, la quale è notificata personalmente a norma degli articoli 137 e seguenti.



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(1) Le parole «tre mesi » hanno sostituito le parole «un anno » in base all’art. 46, comma 21, della l. 18 giugno 2009, n. 69. La modifica si applica ai giudizi instaurati dopo il 4 luglio 2009 (art. 58, comma 1, legge cit.).

GIURISPRUDENZA

Annullamento della sentenza penale ai soli effetti civili - Giudizio di rinvio innanzi alla corte d'appello civile - Piena “translatio” - Conseguenze - Rivalutazione della responsabilità del danneggiante - Violazione dell’art. 6 § 2 CEDU - Esclusione - Ragioni.
Qualora la Corte di cassazione annulli la sentenza penale di assoluzione ai soli effetti civili, con rinvio ex art. 622 c.p.p. al giudice civile competente per valore in grado d'appello, e quest'ultimo accerti la responsabilità dell'agente, non è configurabile una violazione dell'art. 6 § 2 CEDU con riguardo al "secondo aspetto della presunzione di innocenza" considerato dalla Corte EDU nella sentenza 20 ottobre 2020, Pasquini c. Repubblica di San Marino, in quanto con il predetto rinvio si determina una piena "translatio" del giudizio sulla domanda civile, con la conseguenza che il giudice civile del rinvio deve procedere ad una autonoma valutazione delle prove raccolte nel processo penale al fine di valutare la sussistenza dell'elemento oggettivo e soggettivo dell'illecito civile, secondo i criteri di accertamento civilistici. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 21 Marzo 2022, n. 8997.


Annullamento della sentenza penale di assoluzione con rinvio ex art. 622 c.p.p., previa derubricazione del reato da consumato a tentato - Giudizio di rinvio innanzi alla corte d'appello civile - Sindacato sulla diversa qualificazione giuridica operata dalla Corte - Ammissibilità - Esclusione - Obbligo di rinnovazione delle prove - Esclusione - Ragioni.
In tema di rapporti tra processo penale e processo civile, ove la Corte di cassazione penale, pronunciandosi sul ricorso della parte civile avverso la sentenza di assoluzione dell'imputato da un reato consumato, ne rilevi la prescrizione e, previa riqualificazione dello stesso alla stregua di reato tentato, rinvii il procedimento, ai sensi dell'art. 622 c.p.p., al giudice civile competente per valore in grado d'appello, quest'ultimo è vincolato da tale qualificazione del fatto ai fini della valutazione della sussistenza dell'illecito civile, non potendo statuire sulla legittimità del "dictum" della Corte di cassazione. non essendo, peraltro, configurabile sia configurabile un obbligo per la stessa Corte di segnalare previamente alle parti l'intenzione di procedere alla suddetta riqualificazione - in conformità all'art. 111, comma 2, Cost. e all'art. 6 CEDU, secondo l'interpretazione della giurisprudenza della Corte EDU nella sentenza 11 dicembre 2007, Drassich c. Italia -, né l'obbligo, per il giudice del rinvio, di rinnovare l'istruttoria, trattandosi di una riqualificazione "in melius", ai soli fini civili, del medesimo fatto contestato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 21 Marzo 2022, n. 8997.


Esecuzione forzata – Opposizione – Riassunzione – Modalità.
L'atto di riassunzione dei giudizi di opposizione esecutiva (sia che si tratti di opposizione all'esecuzione, sia che si tratti di opposizione agli esecutivi o di opposizione di terzo all'esecuzione, rispettivamente proposte ai sensi degli artt. 615, 617 e 619 c.p.c.) davanti al giudice del rinvio, ai sensi dell'art. 392 c.p.c., deve avvenire nella medesima forma (citazione o ricorso) nella quale deve avvenire l'instaurazione del giudizio di merito della relativa opposizione a cognizione piena, ai sensi degli artt. 616, 618 e 618 bis c.p.c.; di conseguenza, se il giudizio di merito dell'opposizione a cognizione piena debba avvenire con atto di citazione, in ragione dell'applicabilità del rito ordinario di cognizione, nella stessa forma dovrà avvenire la sua riassunzione a seguito di cassazione con rinvio della decisione di merito e, se la suddetta riassunzione avvenga erroneamente con ricorso anziché con atto di citazione, essa potrà ritenersi tempestiva, secondo le regole generali, solo nel caso in cui la notificazione del ricorso sia effettuata entro il termine perentorio previsto dall'art. 392, comma 1, c.p.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 03 Dicembre 2021, n. 38323.


Fallimento - Giudizio di reclamo ex art. 18 l.fall. - Giudizio di rinvio - Rito camerale - Applicabilità - Fondamento.
Il giudizio di reclamo ex art. 18 l. fall. deve essere tempestivamente riassunto, dinanzi al giudice del rinvio, con ricorso e non con citazione, rimanendo assoggettato alle regole del rito camerale disciplinanti l'originario procedimento di cui esso rappresenta una fase ulteriore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 31 Marzo 2021, n. 8980.


Cassazione - Giudizio di rinvio - Effetto preclusivo della sentenza di cassazione - Limiti - Fattispecie.
La declaratoria di inammissibilità di taluni motivi di ricorso per cassazione, pur accolto per altri, preclude la disamina delle ragioni poste a fondamento dei primi nel successivo giudizio di rinvio, che, pur dotato di autonomia, non integra un nuovo procedimento ma una fase ulteriore di quello originario. (Nella specie, la S.C. ha dichiarato inammissibile il ricorso con cui era stata dedotta l'omessa pronuncia del giudice del rinvio su pretesi vizi della sentenza di merito che erano stati già denunciati con alcuni dei motivi del ricorso che aveva condotto alla sua cassazione, ma sanzionati con una pronuncia di inammissibilità). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 11 Marzo 2021, n. 6832.


Fallimento - Organi preposti al Fallimento - Giudice delegato - Provvedimenti - Reclami - In materia di piani di riparto dell'attivo - Disciplina ex art. 26 della legge fallimentare - Illegittimità costituzionale - Sentenza n. 42 del 1982 della corte costituzionale - Effetti - Procedimento sul reclamo - Nuova regolamentazione - Disciplina ex artt. 737 - 742 bis cod. proc. civ. - Applicabilità - Conseguenze.
La sentenza della Corte costituzionale n. 42 del 1981, la quale ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 26 della legge fallimentare "nella parte in cui assoggetta al reclamo al tribunale, disciplinato nel modo ivi previsto, i provvedimenti decisori emessi dal giudice delegato in materia di piani di riparto dell'attivo", comporta la eliminazione dall'ordinamento non del suddetto istituto del reclamo, unitariamente considerato, ma soltanto della sua regolamentazione positiva, in quanto interferente sulla pienezza della tutela giurisdizionale degli interessati, circa l'eccessiva brevità del termine e la sua decorrenza dalla data del decreto del giudice delegato, nonché la Mancanza di un Obbligo del tribunale di sentire le parti e di motivare la decisione sul reclamo. Dopo detta pronuncia della Corte costituzionale, pertanto, mentre restano ferme le impugnazioni previste del decreto reso dal giudice delegato con reclamo al tribunale e della decisione adottata dal tribunale con ricorso per Cassazione a norma dell'art. 111 della Costituzione, rimane diversamente regolato il procedimento sul reclamo, nel senso che, venute meno quelle Disposizioni della legge fallimentare sulle questioni specificate (e non quindi sulle diverse questioni della legittimazione al reclamo e della sua efficacia non sospensiva), trovano applicazione le norme generali degli artt. 737-742 bis cod. proc. civ. sul procedimento in camera di consiglio, con la conseguenza che il termine per il reclamo medesimo è di dieci giorni, che il suo decorso va fissato a partire dal deposito del decreto del giudice delegato, che il tribunale ha l'Obbligo di sentire in camera di consiglio le parti e di motivare il provvedimento che definisce il procedimento stesso. Da tanto consegue altresì che la sopravvenienza della citata pronuncia della Corte costituzionale non interferisce sull'ammissibilità e procedibilità del ricorso per Cassazione, che sia stato proposto avverso il provvedimento reso dal tribunale sul reclamo, ne', correlativamente, comporta l'esperibilità del ricorso stesso direttamente contro il decreto del giudice delegato, ma spiega rilievo solo in ordine alla decisione di tale ricorso, se ed in quanto siano dedotte eventuali difformità nella fase del reclamo rispetto alle Disposizioni ad esso applicabili dopo l'indicata pronuncia (e da applicarsi da parte del tribunale fallimentare, in caso di Cassazione con rinvio e riassunzione della causa a norma dell'art. 392 cod. proc. civ.). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 Aprile 1984, n. 2255.