Codice Civile


LIBRO QUINTO
Del lavoro
TITOLO X
Della disciplina della concorrenza e dei consorzi
CAPO I
Della disciplina della concorrenza
SEZIONE II
Della concorrenza sleale

Art. 2598

Atti di concorrenza sleale
TESTO A FRONTE

I. Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque:

1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente;

2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull'attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell'impresa di un concorrente;

3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda.


GIURISPRUDENZA

Concorrenza sleale – Atti compiuti dal socio di società organizzatrice di campagne promozionali – Campagne promozionali anticipate organizzate in proprio dal socio – Azione risarcitoria ed inibitoria – Legittimazione ad agire degli altri soci – Sussiste

Concorrenza sleale – Atti compiuti dal socio di società organizzatrice di campagne promozionali – Campagne promozionali anticipate organizzate in proprio dal socio – Utilizzo di informazioni riservate per anticipare campagne promozionale non allineate a quelle organizzate dalla società – Attività di concorrenza sleale – Violazione dei principi della correttezza professionale – Sussiste

Concorrenza sleale – Prova dei fatti – Necessità – Prova della colpa – Non necessità – Inibitoria – Doverosità – Penale per future attività illecite – Mancata concessione – Retroversione degli utili – Infondatezza – Pubblicazione della sentenza – Fondatezza
.
Sussiste la legittimazione attiva del socio di una società avente ad oggetto la selezione e la programmazione degli acquisti dei prodotti elettronici per conto dei soci e l’organizzazione di campagne promozionali a carattere nazionale ad agire in giudizio contro un altro socio responsabile di aver posto in essere atti di concorrenza sleale consistente nell’anticipare la promozione di prodotti il cui prezzo era stato concordato tra tutti i soci, praticando un prezzo ulteriormente ribassato.

Sussiste la concorrenza sleale prevista dal n. 3 dell’art. 2598 c.c. in caso di utilizzo di informazioni riservate e di mancato allineamento sulle modalità concordate circa le tempistiche di determinate offerte promozionali da parte del socio di una società che ha ad oggetto l’organizzazione di campagne promozionali su tutto il territorio nazionale, le cui tempistiche e condizioni i soci sono tenuti a rispettare al fine di promuovere il marchio concesso in sub licenza dalla società ai soci stessi per contraddistinguere i propri punti vendita.

Una volta raggiunta la prova della condotta di concorrenza sleale, non è necessaria la prova della colpa, in aderenza a quanto disposto dall’art. 2600 c. 3 c.c. e dal relativo accertamento deve conseguirne l’inibitoria. Tuttavia non può essere concessa la penale richiesta dall’attrice ai sensi degli artt. 2599 c.c. e 614-bis c.p.c., considerato che le condotte vietate sono state forzatamente identificate in maniera astratta, con riferimento alle future campagne promozionali della società partecipata e dalla riproposizione, da parte delle convenute, di elementi in qualche modo riconducibile a detta campagna. La fattispecie da sanzionare non si presta quindi ad essere diagnosticata con una rilevazione veramente automatica, come sarebbe necessario per applicare la penale, ma presuppone un ulteriore accertamento in fatto, per riconoscere il valore “anticipatorio” delle condizioni praticate dalle convenute rispetto alla promozione pianificata, e d’altra parte non si presta, sempre per il suo carattere astratto, ad una liquidazione forfettaria del danno conseguente.
Non può neppure essere riconosciuta la «reversione [o retroversione, o restituzione] degli utili» di cui all’art. 125, comma 3, c.p.i. non vertendo la presente causa in materia di tutela della proprietà industriale, e quindi di brevetto e diritto d’autore.
Va invece disposta la pubblicazione dell’estratto della sentenza (intestazione, parti, difensori, dispositivo, data – omessi il nome ed il cognome dei giudici) a cura e spese, in solido, dei responsabili degli atti di concorrenza sleale per due volte, a caratteri doppi del normale, sia nella versione cartacea, sia nella versione online – su “Corriere della Sera” e “Il Resto del Carlino” (Riferimenti normativi: artt. 2600, commi 2 e 3 e 2599 c.c.; 614-bis c.p.c.; art. 125, comma 3 e 126 D. Lgs. 10 febbraio 2005, n. 30). (Paolo Bontempi) (riproduzione riservata)
Tribunale Genova, 16 Febbraio 2021.


Concorrenza sleale ex art. 2598 comma 2 c.c. da parte di ex agenti e procacciatori d'affari – Competenza funzionale del Tribunale delle Imprese – Sussiste – Concorrenza sleale per sistematico utilizzo delle liste clienti dell'ex mandante – Fattispecie e sussistenza.
L'azione di concorrenza sleale ex art. 2598 comma 2 c.c. e artt. 98 e 99 c.p.i. posta in essere da ex agenti e procacciatori d'affari della mandante è sottoposta alla competenza funzionale del Tribunale delle Imprese, se l'azione viene radicata a titolo di risarcimento del danno ex artt. 2043 e 2598 c.c. e non per violazione del patto di non concorrenza

L'utilizzo sistematico ed il contatto dei clienti delle liste clienti della ex mandante costituisce atto di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c. se emerge una sistematica attività di distrazione di clientela e imitazione delle iniziative imprenditoriali della medesima. (Massimiliano Marche) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino, 21 Settembre 2020.


Concorrenza tra notai - Forme illecite - Procacciamento di affari - Nozione - Gratuità dell'attività - Irrilevanza - Fondamento.
L'art. 147 della legge notarile non vieta la concorrenza tra i notai, ma ne vieta le forme illecite, compreso il ricorso a procacciatori di affari, da intendersi in senso meramente economico e non strettamente tecnico, essendo sufficiente ad integrare la condotta sanzionata il solo fatto che un terzo indirizzi un certo numero di clienti verso il notaio e che quest'ultimo ne tragga beneficio nello svolgimento dell'attività, senza che rilevi la gratuità dell'attività di procacciamento, vietata dall'art. 31 del codice deontologico anche se svolta a titolo non oneroso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 30 Luglio 2020, n. 16433.


Provvigione del mediatore immobiliare – Concorrenza sleale tra agenti – Risarcimento del danno.
Qualora una delle parti intermediate segnali al mediatore di aver già ricevuto un'offerta di acquisto attraverso altra agenzia, ma mediatore affermi che quella prima trattativa deve considerarsi oramai chiusa, ben sapendo però che era stata l’altra agenzia, in precedenza, a segnalare per prima l’immobile e, ciò nonostante, sfruttando la conoscenza che l’acquirente aveva dell’immobile, abbia proseguito l’attività di intermediazione e concluso l’affare, di fatto sottraendo il cliente alla concorrente agenzia, ricorre un comportamento che integra gli estremi della concorrenza sleale, ai sensi dell’art. 2598 n. 3 c.c. (negli stessi termini Appello Milano 20 marzo 2013, in www.ilcaso.it).

In detta ipotesi, il danno risarcibile, deve essere determinato nella misura della metà della provvigione versata per la conclusione dell’affare, in quanto nessuna delle due agenzie aveva l’esclusiva sulla vendita e, quindi, entrambe avrebbero potuto concorrere al raggiungimento dell’obiettivo, in tal caso applicandosi il disposto dell’art. 1758 c.c., secondo cui “se l’affare è concluso per l’intervento di più mediatori, ciascuno di essi ha diritto a una quota della provvigione”. Trattandosi di debito di valore, la somma deve essere rivalutata e maggiorata degli interessi legali dalla data del pagamento della provvigione in favore del secondo mediatore intervenuto, fino al saldo. (Francesco Toschi Vespasiani) (riproduzione riservata)
Tribunale Firenze, 17 Dicembre 2019.


Procedimenti d’urgenza – Imitazione servile – Elementi costitutivi della fattispecie – Efficacia individualizzante – Fumus boni juris.
Al fine del riconoscimento della concorrenza sleale di cui all'art. 2598 n. 1 c.c. per imitazione servile è necessario verificare, oltre alla sussistenza della condotta dell'imitazione e della sua idoneità a generare confusione, anche la ricorrenza degli altri elementi costitutivi, che devono ricorrere tutti congiuntamente, della capacità distintiva del segno e della sua notorietà qualificata.
L'imitazione servile va riferita non alla riproduzione di qualsiasi forma del prodotto altrui, ma solo a quella che cade su caratteristiche esteriori dotate di efficacia individualizzante idonee, in virtù della loro capacità distintiva, a ricollegare il prodotto ad una determinata impresa.
Ricorre il fumus boni juris per l’inibitoria cautelare ogniqualvolta sia palese l'opera di riproduzione dei medesimi ad opera di imprenditori concorrenti, specie quando l'imitazione non investa soltanto alcuni degli elementi caratterizzanti i prodotti stessi, realizzando per contro una riproduzione assolutamente fedele. (Nicola Alberti) (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Vicenza, 21 Gennaio 2019.


Tribunale delle Imprese – Discredito commerciale e concorrenza sleale – Comunicazione o Diffusione – Non sussiste.
La comunicazione in ambito concorrenziale è lecita ove vengano rispettate le seguenti condizioni:

a) le informazioni in essa contenute debbono essere vere (verità oggettiva o anche soltanto putativa purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca). Tale condizione non sussiste quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano dolosamente o anche colposamente taciuti altri fatti tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato, ovvero quando i fatti riferiti siano accompagnati da sollecitazioni emotive ovvero da sottintesi, accostamenti, insinuazioni o sofismi obiettivamente idonei a creare nella mente del lettore o dell'ascoltatore false rappresentazioni della realtà oggettiva;

b) sotto il profilo formale, esse debbono essere continenti, cioè devono rispettare i requisiti minimi di forma che caratterizzano l’analogo diritto di cronaca e anche di critica (ad esempio, l'assenza di termini esclusivamente insultanti).

L’interesse alla divulgazione della notizia non è invece richiesto in ambito concorrenziale. Tra gli elementi costitutivi della fattispecie denigratoria prevista dall’articolo 2598 comma 2 c.c. rientra la prova della diffusione della notizia screditante (nella specie è stato escluso l’illecito denigratorio, in quanto non è stata provata la diffusione a terzi di una circoscritta comunicazione vis-à-vis). (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 21 Maggio 2018.


Tribunale delle Imprese – Discredito commerciale e concorrenza sleale – Comunicazione o Diffusione – Non sussiste.
La comunicazione in ambito concorrenziale è lecita ove vengano rispettate le seguenti condizioni:

a) le informazioni in essa contenute debbono essere vere (verità oggettiva o anche soltanto putativa purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca). Tale condizione non sussiste quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano dolosamente o anche colposamente taciuti altri fatti tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato, ovvero quando i fatti riferiti siano accompagnati da sollecitazioni emotive ovvero da sottintesi, accostamenti, insinuazioni o sofismi obiettivamente idonei a creare nella mente del lettore o dell'ascoltatore false rappresentazioni della realtà oggettiva;

b) sotto il profilo formale, esse debbono essere continenti, cioè devono rispettare i requisiti minimi di forma che caratterizzano l’analogo diritto di cronaca e anche di critica (ad esempio, l'assenza di termini esclusivamente insultanti).

L’interesse alla divulgazione della notizia non è invece richiesto in ambito concorrenziale. Tra gli elementi costitutivi della fattispecie denigratoria prevista dall’articolo 2598 comma 2 c.c. rientra la prova della diffusione della notizia screditante (nella specie è stato escluso l’illecito denigratorio, in quanto non è stata provata la diffusione a terzi di una circoscritta comunicazione vis-à-vis). (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 21 Maggio 2018.


Tribunale delle Imprese – Concorrenza Sleale – Rapporto concorrenziale – Prodotti affini non sostituibili – Sussiste.
Ai fini dell’applicazione dell’art. 2598 c.c., sussiste rapporto di concorrenzialità, non solo potenziale, tra i due operatori in conflitto, qualora si tratti di due società, operanti nel medesimo particolare settore di mercato (nella specie, quello dentale) ancorché i rispettivi prodotti – impianti ed apparecchiature odontoiatriche e protesiche - offerti sul mercato non siano direttamente sostituibili tra loro.

Tale valutazione va effettuata invero tenendo conto dei parametri che in sede comunitaria e nazionale si sono ormai consolidati ed in particolare alla luce:
- della “natura dei prodotti, la loro destinazione, il loro impiego nonché la loro interscambiabilità e la loro complementarietà”;
- della “origine dei prodotti e la loro rete di distribuzione” (cfr. Trib. CE 11 luglio 2007 T-443/05, così come, da ultimo, la giurisprudenza nazionale di legittimità la quale ribadisce l'orientamento secondo il quale si intendono affini i prodotti che per loro natura, destinazione alla medesima clientela o soddisfazione del medesimo bisogno, risultano fungibili, cfr. Cass. 4.5.2009 n. 10218). (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 21 Maggio 2018.


Azioni di banche popolari non quotate – Aumento di capitale – Suggerimento di una banca concorrente di non partecipare – Liceità.
Non sussiste illecito concorrenziale nel caso in cui una banca di credito cooperativo concorrente, tramite il proprio servizio finanziario, rivolga ai propri clienti il suggerimento di non partecipare ad un aumento di capitale di una banca popolare non quotata.

Quando il consiglio è privo di pretese di completezza non costituisce, infatti, una raccomandazione soggetta ai limiti di cui all’art. 69-ter del Regolamento CONSOB 14/5/1999 n. 11971 (nel testo poi abrogato dalla deliberazione CONSOB 22/3/2017 n. 19925); inoltre, trattandosi di un aumento di capitale relativo ad una azione il cui valore deriva da una unilaterale determinazione dall’assemblea dei soci e non è frutto di una valutazione di mercato, il rischio connesso all’investimento è estremamente elevato tanto da giustificare un giudizio come quello espresso dalla banca concorrente, purchè non trascenda i limiti di continenza formale e non proponga affermazioni ingiuriose o offensive. (Paolo Doria) (riproduzione riservata)
Tribunale Vicenza, 18 Settembre 2017.


Concorrenza – Servizio di trasporto offerto tramite applicazione software – Carattere di trasporto non di linea – Sussiste – Analogia col servizio radio-taxi – Sussiste – Gestione del servizio in violazione delle norme di regolamentazione – Concorrenza sleale con gli esercenti il servizio taxi e radio-taxi – Sussiste.
Il servizio offerto tramite una piattaforma informatica che, attraverso un sistema di geo-localizzazione, mette in collegamento coloro che chiedono e offrono servizi di trasporto privato in cambio di corrispettivo (pagato dal trasportato al gestore della piattaforma, che poi la versa al guidatore trattenendo una percentuale quale corrispettivo per i servizi resi disponibili con l’applicazione informatica) rientra nella nozione di “trasporto pubblico non di linea” e funziona sostanzialmente come il tradizionale servizio di radio taxi, ancorché realizzato con modalità più evolute.
Gli strumenti, la clientela e i territori di svolgimento delle rispettive attività sono del tutto analoghi.
Se i conducenti gestiti e organizzati dal gestore della piattaforma non osservano le norme di fonte primaria e secondaria che regolano il trasporto di persone non di linea, poste a garanzia dei cittadini e della loro sicurezza circa i requisiti, le verifiche, i presupposti e l modalità del servizio taxi, l’attività è esercitata in concreto in concorrenza non leale con gli operatori taxi e le cooperative e i consorzi che li riuniscono, attesi l’affrancamento dai costi e dai controlli imposti dalla normativa e la possibilità di applicare tariffe diverse da quelle imposte dalla legge e di variarle a seconda della convenienza del momento.
Quando il mercato ha regole eterodeterminate che impongono limiti a’attività d’impresa, il mancato rispetto di tali regole da parte di alcuni operatori integra una condotta contraria alla legge; ove poi il mancato rispetto di dette regole determini una posizione di vantaggio sul mercato con correlativo pregiudizio dei concorrenti, tale comportamento incide sulla dinamica concorrenziale e diviene quindi anche concorrenzialmente illegittimo.
I conducenti devono ritenersi tutti compartecipi del comportamento di concorrenza sleale, ma anche l gestore della piattaforma informatica, che si comporta né più né meno come una qualsiasi entità di radio-taxi, viola i principi della correttezza tra imprenditori, in misura anche maggiore di quanto possa dirsi per i singoli conducenti abusivi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino, 22 Febbraio 2017.


Inserzioni pubblicitarie su internet – Servizio ADWords – Utilizzo, come parola chiave, del marchio altrui – Contraffazione del marchio – Sussiste – Concorrenza sleale – Sussiste.
La funzione principale del marchio, nell’ambito del commercio elettronico, consiste in particolare nel consentire agli utenti di internet che scorrono gli annunci visualizzati, risultanti da una ricerca avente ad oggetto un determinato marchio, di distinguere i prodotti o i servizi del titolare di tale marchio a quelli di diversa provenienza.
L’indebita associazione di messaggi pubblicitari al segno distintivo altrui viola l’essenziale funzione d’origine del marchio, arrecando pregiudizio al suo titolare.
Il link promozionale e il messaggio commerciale che riproducono le medesime parole chiave, con riguardo ai medesimi servizi, adombrando collegamenti con la società titolare del segno, e quindi inducendo in errore l’utente sulla provenienza dei servizi, pregiudicano la funzione essenziale del marchio di indicatore della provenienza dei servizi medesimi.
L’uso degli strumenti di comunicazione elettronica è in tal caso effettuato in modo non conforme ai principi della correttezza professionale, con la volontà di agganciarsi parassitariamente al segno altrui, e con il fine di trarre in errore gli utenti di internet sull’origine dei servizi.
[Nella fattispecie, il convenuto aveva utilizzato, come parola chiave per indirizzare le ricerche degli utenti ai propri siti aziendali, il marchio di una ditta concorrente]. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 22 Aprile 2016.


Tutela del diritto d’autore – Applicazioni per piattaforma di social network – Sviluppo di programma concorrenziale basato sull’analisi dell’applicazione altrui – Violazione del diritto d’autore – Sussiste – Concorrenza sleale – Sussiste.
Le banche dati, unitamente ai programmi per elaboratori, sono tutelate in quanto opere di carattere creativo quando, mediante la scelta o la disposizione dei dati in esse contenuti, l’autore esprima la sua capacità creativa con originalità, effettuando scelte libere e creative imprimendo il suo “tocco personale”.
La trasformazione o modificazione del’opera, che devono essere autorizzate dall’autore, possono essere realizzate anche senza avere a disposizione il codice sorgente della prima applicazione, ma attraverso operazioni di analisi del funzionamento del programma, per comprendere e determinare idee e principi che stanno alla base.
Tale attività di analisi, eseguita da un soggetto che non è l’autore, è lecita per rendere fruibile il programma agli utenti o per conseguire l’interoperabilità con altri programmi, mentre non è mai ammessa per scopi commerciali.
[Nella fattispecie, la convenuta aveva invitato gli sviluppatori ad iscriversi al suo sito, fornendo loro gli strumenti per lo sviluppo di applicazioni originali che potessero essere utilizzate dai suoi utenti, per poi elaborare il programma dell’attrice sviluppando un’applicazione simile in concorrenza con la prima, così appropriandosi parassitariamente degli investimenti altrui.] (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 10 Marzo 2016.


Concorrenza sleale – Imitazione servile di segni distintivi – Utilizzo di arredamenti simili a quelli di altro esercizio – Registrabilità degli arredi come modelli comunitari – Sussiste

Concorrenza sleale – Imitazione servile di segni distintivi – Utilizzo di arredamenti simili a quelli di altro esercizio – Arredi richiamanti un particolare periodo storico – Registrati come modelli comunitari – Carattere di novità e distinguibilità – Non sussiste – Nullità dei modelli
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L’insieme dei mobili e degli oggetti di arredamento, i menu, le denominazioni di alcune specialità per la clientela, può essere qualificato come un insieme di prodotti suscettibile di registrazione, essendo prevista nella Classificazione internazionale di Locarno la classe 6 relativa proprio all’arredamento e comprensiva delle relative sottoclassi.
Del resto lo “shop layout” è stato ritenuto oggetto di tutela anche come marchio dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea con sentenza del 10 luglio 2014, caso C-421/13, e lo stesso format – tale da intendersi una struttura programmatica seriale di base, caratterizzata da elementi qualificanti, sequenziali e tematici, esplicativa della ripetibilità di una idea e connotata quindi da un minimo grado di elaborazione creativa ovvero da un layout coerente e riconoscibile che si estrinsechi in un prodotto concreto qual è una linea di arredamento – può costituire sia opera dell’ingegno che modello di industrial design. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)

Gli elementi diretti ad evocare un periodo storico (e quindi a richiamare elementi impressi nella memoria collettivi come propri di una tipologia o di un’epoca) per definizione non hanno capacità distintiva o di novità (Tribunale di Bologna, Ordinanza del 23 luglio 2013), con la conseguenza che ciò che il titolare del modello riconduce ad un preteso format proprio altro non è che uno stile che è patrimonio comune, il quale non può essere monopolio di una singola impresa che, pertanto, non può sfruttarlo in via esclusiva a livello commerciale. [Il Giudice ha dichiarato la nullità dei modelli comunitari con i quali l’attore aveva registrato lo stile di arredamento dei propri negozi, ispirati allo stile americano anni ‘50] (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Firenze, 23 Febbraio 2016.


Pubblicità comparativa – Eseguita confrontando prodotti non omogenei – Illiceità – Sussiste – Concorrenza sleale – Sussiste.
Per costituire un mezzo legittimo di’informazione dei consumatori ed essere lecita, la pubblicità comparativa, oltre a non essere ingannevole, deve confrontare beni o servizi secondo criteri obiettivi.
Essa, dunque, deve operare una comparazione tra beni omogenei, caratteristiche essenziali e verificabili, non deve ingenerare confusione sul mercato, non deve creare discredito o denigrazione ad un concorrente e non deve procurare all’autore della pubblicità un indebito vantaggio tratto dalla notorietà connessa al marchio o ad altro segno distintivo.
Tale pubblicità costituisce un atto di concorrenza sleale ove, effettuata tra beni non omogenei poiché dotati di caratteristiche essenziali diverse, si sostanzi in affermazioni false circa qualità essenziali del prodotto, idonee a trarre in inganno i consumatori, sviandoli nel giudizio comparativo e nelle scelte offerte dal mercato, comportando, altresì, discredito dei prodotti altrui. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 11 Febbraio 2016.


Storno di dipendenti altrui – Concorrenza sleale – Configurabilità – Ravvisabilità dell’animus nocendi.
La competizione fra imprenditori è libera, e si svolge sia sul mercato dei beni e dei servizi che sul mercato del lavoro; così come libera deve essere la determinazione del singolo lavoratore di decidere presso quale datore di lavoro effettuare la propria prestazione di lavoro dipendente valutando l’affidabilità del datore di lavoro medesimo e le possibilità di sviluppo e crescita dell’azienda in cui è inserito o sta per inserirsi.
Per aversi illecito concorrenziale occorre – allora – un quid pluris che deve individuarsi nella violazione dei principi e dei canoni della correttezza professionale nonché nell’intenzione specifica – se non esclusiva, quantomeno prevalente e determinante, o comunque predominante – di nuocere il concorrente.
Il cd. animus nocendi deve peraltro manifestarsi in un connotato oggettivo della condotta. Il suo accertamento in concreto deve aver riguardo, più che al requisito psicologico dell’imprenditore, all’insieme delle modalità oggettive che qualificano la scorrettezza professionale dell’assunzione degli altrui dipendenti o dell’acquisizione degli altrui collaboratori nonché (e in aggiunta al requisito che precede) all’idoneità della condotta a danneggiare il concorrente. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino, 01 Agosto 2015.


Concorrenza sleale - Onere delle prova – Presunzioni – Sussistenza

Concorrenza sleale - Storno dipendenti - Sviamento e accaparramento di clientela – Divulgazione di nominativi di clienti e dei prezzi praticati – Sussistenza – Storno dipendenti – Società in liquidazione – Stato d’insolvenza – Sussistenza – Fondamento
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Nella materia pertinente in genere agli illeciti concorrenziali occorre valutare la ricorrenza o meno di elementi probatori di natura presuntiva, in quanto tali convergenti nel complesso alla dimostrazione del fatto dedotto da chi ha agito in giudizio, il tutto attraverso una valutazione unitaria e non con giudizi distinti e parcellizzati. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Si prefigura quale attività illecita lo storno dei dipendenti o collaboratori, con esperienza pluriennale nel settore, costituenti la rete commerciale della società bersaglio, collocati in posizione apicale, contigua a quella dell’amministratore delegato o direttore generale, del settore commerciale, incluso il marketing, direttamente connesso sia all’assistenza tecnica sia al procacciamento d’affari.

Si prefigura quale attività illecita lo sviamento e accaparramento della clientela effettuato tramite la diffusione pubblicitaria ingannevole circa l’utilizzo abusivo del marchio di esclusiva disponibilità sul territorio italiano da parte della società bersaglio. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino, 30 Giugno 2015.


Concorrenza sleale per agganciamento parassitario - Risarcimento del danno - Responsabilità extracontrattuale in tema di tutela dei diritti di proprietà industriale - Valutazione degli aspetti pertinenti e dei benefici realizzati dall'autore della violazione - Quantificazione del danno - Nesso causale tra danno e illecito - Commisurazione del danno al prezzo del consenso per la concessione di una licenza - Retroversione degli utili realizzati dall'autore della violazione - Alternatività rispetto alla domanda di risarcimento da lucro cessante - Fattispecie.
In tema di concorrenza sleale per agganciamento parassitario di cui all'articolo 2598 n. 2 c.c., la sanzione del risarcimento del danno segue le stesse regole della responsabilità extracontrattuale in tema di tutela dei diritti di proprietà industriale, con le peculiarità della materia e l’indicazione, derivante dalla direttiva 2004/48/CE, di tenere conto nella quantificazione del danno, perché il risarcimento sia adeguato - ma non punitivo -, di “tutti gli aspetti pertinenti”, tra i quali i benefici realizzati dall’autore della violazione (art. 125, primo comma CPI). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

La prova del lucro cessante non può, quindi, prescindere dall’esistenza di un nesso causale tra il danno subito e l’atto illecito, salvo che non venga determinato, ai sensi del secondo comma della norma da ultimo citata. Non si può presumere, infatti, che ogni vendita realizzata dall’autore della violazione sia una vendita non realizzata dal titolare del diritto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

L’alternativo criterio di liquidazione del danno per lucro cessante, che prescinde da tale relazione causale, prevede la commisurazione del danno al prezzo del consenso per la concessione da parte del titolare del diritto leso di una licenza (art. 125 comma secondo CPI). Per tale liquidazione non vi è necessità di alcuna autonoma domanda perché essa si risolve pur sempre in una domanda di risarcimento del danno da lucro cessante, come si desume anche dalla lettera della norma, secondo cui “il lucro cessante è comunque determinato in un importo non inferiore a quello dei canoni che l’autore della violazione avrebbe dovuto pagare qualora avesse ottenuto una licenza dal titolare”. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

In alternativa al risarcimento del lucro cessante, ai sensi delle disposizioni sopra richiamate, o nella misura in cui eccedono tale risarcimento, il titolare del diritto leso può in ogni caso, chiedere la retroversione degli utili realizzati dall’autore della violazione. In attuazione dell'art. 13 della direttiva “Enforcement” 2004/48/CE, il Dlgs. 16 marzo 2006 n. 140 ha introdotto il rimedio della retroversione degli utili, a condizione che vi sia l’istanza della parte e che sia alternativa alla domanda del risarcimento del danno da lucro cessante. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Come emerge dalla relazione al D.lgs. menzionato, le misure del risarcimento del danno e della reversione degli utili vanno considerate “operativamente e concettualmente distinte essendo riconducibili rispettivamente al profilo della reintegrazione del patrimonio leso ed a quello - ben diverso - dell’arricchimento senza causa”. La prima è diretta a rimuovere il pregiudizio che si è verificato nel patrimonio del titolare del diritto leso, la seconda a rimuovere l’arricchimento illecito realizzato nel patrimonio dell’autore dell’illecito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

La natura autonoma e distinta delle due domande comporta, sotto il profilo processuale, che la domanda di retroversione degli utili, debba essere formulata nei termini previsti per le nuove domande e, con riguardo al profilo sostanziale, che non tutti gli utili debbano essere restituiti, ma solo quelli realizzati senza giusta causa e cioè per effetto dell’illecita violazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Se per il risarcimento del danno deve essere accertato il nesso causale che intercorre tra il mancato guadagno e lo sfruttamento abusivo, così per la retroversione degli utili deve essere accertato il nesso causale tra l’arricchimento e l’illecita sfruttamento del segno distintivo altrui. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 20 Marzo 2014.


Pubblicità comparativa - Carattere confusorio del messaggio promozionale - Requisito necessario per la configurazione di altre fattispecie illecite di pubblicità comparativa - Esclusione.

Pubblicità comparativa - Presentazione di prodotti come simili a quelli di un concorrente noto - Sfruttamento della rinomanza tra i destinatari del messaggio pubblicitario - Concorrenza sleale - Sussistenza.
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Il carattere confusorio del messaggio promozionale è una delle condizioni che rende di per sé illecita la pubblicità comparativa e non costituisce requisito necessario per integrare le altre fattispecie illecite, quali, ad esempio, la loro presentazione come imitazione del marchio del concorrente o la presentazione dei beni medesimi come limitazione o contraffazione di beni o servizi protetti da un marchio o da una denominazione commerciale depositati. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La condotta di chi presenta i propri prodotti come simili o addirittura medesimi a quelli di un concorrente noto, sfruttandone la rinomanza tra i destinatari del messaggio e così facendo accreditare i propri prodotti presso la clientela senza sforzi di investimento, integra gli estremi della condotta sleale di cui all'articolo 2598 n. 2 c.c.; con l'equiparazione dei propri prodotti a quelli del concorrente vi è, infatti, approfittamento del credito che essi godono presso il mercato e della conoscenza che il mercato ha delle loro caratteristiche. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 27 Giugno 2013.


Pubblicità comparativa - Strumento d’informazione che consente al consumatore una migliore valutazione del prodotto - Pubblicità comparativa ingannevole - Effetti distorsivi del mercato - Utilizzo di criteri di confronto obiettivi - Comparazione tra beni omogenei.

Pubblicità comparativa - Affermazioni false circa qualità essenziali del prodotto - Pubblicità comparativa relativa a prodotti non omogenei - Discredito dei prodotti altrui - Illegittimità.

Provvedimento di urgenza - Richiesta di cessazione di condotte illegittime - Cessazione di una delle condotte successivamente alla notifica del ricorso - Cessazione del pericolum in mora - Esclusione - Fattispecie.
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La pubblicità comparativa non è di per sé illecita. Essa può essere uno strumento d’informazione che consente al consumatore una migliore valutazione dei meriti di ciascun operatore, della qualità delle loro prestazioni e del loro costo e, quindi, una scelta più consapevole. In questa ottica può, quindi, costituire uno stimolo della concorrenza nell’interesse dei consumatori. Per tale ragione un divieto assoluto della pubblicità comparativa sarebbe un ostacolo alla libera concorrenza. Tuttavia, la pubblicità comparativa, se ingannevole e illegittimamente comparativa, può causare effetti distorsivi per la concorrenza e incidere negativamente sulle scelte dei consumatori. Essa, pertanto, per costituire un mezzo legittimo d’informazione dei consumatori ed essere lecita, oltre a non essere ingannevole, deve confrontare beni o servizi secondo criteri obiettivi. La direttiva comunitaria n 2006/114/CE, che ha sostituito la Direttiva n 97/55/CE, ed è stata attuata nel nostro ordinamento nel Dlgs n 145/2007, prevede quali siano le condizioni di liceità della pubblicità comparativa e quali siano i criteri di confronto obiettivo delle caratteristiche dei beni o servizi. La pubblicità non deve essere ingannevole, deve operare una comparazione tra beni omogenei, caratteristiche essenziali e verificabili, non deve ingenerare confusione sul mercato, non deve creare discredito o denigrazione ad un concorrente e non deve procurare all’autore della pubblicità un indebito vantaggio tratto dalla notorietà connessa al marchio o ad altro segno distintivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La pubblicità comparativa costituisce atto di concorrenza sleale ex art. 2598 n 2 e n 3 c.c., qualora consista in affermazioni false circa qualità essenziali del prodotto, idonee a trarre in inganno i consumatori, sviandoli nel giudizio comparativo (nel caso di specie relativo a beni non omogenei, perché dotati di caratteristiche essenziali diverse) e nelle scelte offerte dal mercato e comportando altresì discredito dei prodotti altrui. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La cessazione, avvenuta successivamente alla notifica del ricorso, di una delle condotte contestate in via cautelare d'urgenza non fa venire meno, neppure con riferimento a tale condotta, il periculum in mora, essendovi la possibilità che tale condotta venga reiterata, qualora la condotta sia stata posta in essere anche con mezzi differenti ed il soggetto responsabile non ne riconosca la illiceità. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 03 Maggio 2013.


Concorrenza sleale - Presupposti - Rapporto di concorrenza tra imprenditori - Necessità..
Perché possa ravvisarsi la fattispecie della concorrenza sleale di cui all’art. 2598 c.c. è necessario che il soggetto autore dell’atto di concorrenza e quello che lo subisce si trovino in un rapporto di concorrenza e rivestano entrambi la qualità di imprenditori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 19 Aprile 2013.


Concorrenza sleale - Mediazione - Violazione del principio del neminem laedere - Fattispecie..
Costituisce atto di concorrenza sleale ai sensi dell'articolo 2598 n. 3 c.c., volto a perseguire il proprio esclusivo profitto sottraendo al concorrente il potenziale acquirente, nonché atto contrario al principio del neminem laedere di cui all’art. 2043 c.c., il comportamento dell'agenzia di mediazione che, a fronte della dichiarazione del potenziale acquirente di aver già visionato l'immobile con altra agenzia, dichiari l'irrilevanza di tale circostanza e comunichi, contrariamente al vero, l'esistenza di rapporti di collaborazione tra le agenzie. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Milano, 20 Marzo 2013.


Sistema di distribuzione selettiva – Terzo estraneo al sistema – Atto di concorrenza sleale ex art. 2598 comma III c.c. – Configurabilità – Sussiste..
Il titolare del marchio ha la facoltà di averne l’uso esclusivo e, conseguentemente, anche di vietare a terzi di commercializzare i prodotti contraddistinti dal segno in questione, e ciò anche tramite un sistema di distribuzione selettiva. Tale sistema è quello nel quale il fornitore si impegna a vendere i beni o servizi oggetto del contratto, direttamente o indirettamente, solo a distributori selezionati sulla base di criteri specificati e nel quale questi distributori si impegnano a non vendere tali beni o servizi a rivenditori non autorizzati nel territorio che il fornitore ha riservato a tale sistema. In tale contesto normativo di tutela del valore del marchio costituisce atto di concorrenza sleale la condotta consistente nel continuare a vendere prodotti di una certa marca anche dopo che il produttore ha reso noto che esiste un sistema di distribuzione selettiva fondato su accordi verticali. Tale condotta rischia di vanificare, almeno parzialmente, gli investimenti fatti dal produttore per promuovere i prodotti ed il marchio e per garantirsi il consolidamento dell’immagine e la fidelizzazione di una certa fascia di consumatori. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo, 01 Marzo 2013.


Società – Concorrenza sleale – Diretta competizione – Dimensioni dell’impresa – Varietà dei prodotti – Irrilevanza.

Società – Concorrenza sleale – Storno dei dipendenti – Presupposti.

Società – Concorrenza sleale – Storno dei dipendenti – Figura non apicali – Insussistenza.

Società – Concorrenza sleale – Storno dipendenti – Animus nocendi – Insussistenza.
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Nell’ipotesi in cui due o più società si pongano in diretta competizione nel mercato di settore, a nulla rilevano, ai fini della valutazione di un rapporto concorrenziale, né le maggiori dimensioni delle une rispetto alle altre, né la varietà dei prodotti offerti. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)

Non ricorre la violazione del precetto di cui all’art. 2598 c.c. nell’ipotesi in cui il transito di dipendenti da una società all’altra, per entità e qualità del personale interessato, non sia suffragato da adeguati riscontri circa l’idoneità di tale attività a danneggiare la struttura produttiva della impresa con la precisa intenzione di conseguire tale risultato. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)

Non realizza la condotta illecita dello storno dei dipendenti, di cui all’art. 2598 c.c., il transito da una società all’altra di dipendenti non inseriti tra le figure apicali nell’organigramma della società presuntivamente danneggiata, o per i quali non siano state provate in alcun modo mansioni particolari da ciascuno espletate. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)

Non può ritenersi intervenuto per animus nocendi il passaggio dei dipendenti da una società all’altra che, per il numero limitato dei soggetti coinvolti, i tempi in cui sia avvenuto e l’assenza di professionalità determinanti, sia tale da non aver consentito la riorganizzare la struttura presente nella società ricorrente, né di danneggiare quest’ultima. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova, 21 Maggio 2012.


Concorrenza sleale – Storno di dipendenti – Elementi oggettivo e soggettivo – Necessità..
Poiché la mera assunzione di personale proveniente da un’impresa concorrente non può essere considerata di per sé illecita, essendo espressione del principio di libera circolazione del lavoro e della libertà d’iniziativa economica, per configurare la concorrenza sleale per storno di dipendenti ex art. 2598 n. 3, codice civile, occorre l’elemento oggettivo della disgregazione dell’organizzazione rivale avuto riguardo alla quantità di dipendenti stornati, alla loro particolare qualificazione ed utilità all’interno dell’azienda, ai metodi per convincere il lavoratore a passare alle proprie dipendenze, in modo che sia vanificato lo sforzo di investimento dell’antagonista, creando nel mercato l’effetto parassitario capace di accaparrarsi l’avviamento di chi subisce lo storno; nonché l’elemento soggettivo dell’animus nocendi rivolto a danneggiare l’altrui azienda in misura che ecceda il normale pregiudizio e con modalità tali da non potersi giustificare, in rapporto ai principi di correttezza professionale. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza, 06 Luglio 2010.


ONLUS – Organizzazione non lucrativa – Oggetto dell’attività – Attività commerciale o industriale – Esclusione – Disciplina della concorrenza – Applicabilità – Esclusione – Fattispecie..
La disciplina della concorrenza non è applicabile all’attività svolta in via principale da una ONLUS, la quale non può avere come oggetto principale lo svolgimento di attività commerciale o industriale; nei confronti di tale tipo di enti non è pertanto applicabile la disciplina in tema di concorrenza sleale se non con riferimento ad attività connesse ed aventi carattere secondario ed accessorio allo scopo non lucrativo che le caratterizza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Treviso, 08 Marzo 2010.