LIBRO QUARTO
Delle obbligazioni
TITOLO II
Dei contratti in generale
CAPO IV
Dell'interpretazione del contratto

Art. 1362

Intenzione dei contraenti
TESTO A FRONTE

I. Nell'interpretare il contratto si deve indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole.

II. Per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare il loro comportamento complessivo anche posteriore alla conclusione del contratto.


GIURISPRUDENZA

Contratti bancari – Mancanza di contratto scritto – Nullità – Usura sopravvenuta – Irrilevanza – Fideiussione – Contratto autonomo di garanzia.
Nel caso in cui la banca, nell’ambito di un’opposizione a decreto ingiuntivo, non produca il contratto scritto di finanziamento, sussiste la nullità assoluta del negozio e la sanzione è l’azzeramento di ogni interesse e commissione, non potendosi applicare il c.d. tasso BOT di cui al 7° comma dell’art. 117 T.U.B., che concerne le diverse ipotesi di nullità parziale per mancanza della clausola di pattuizione degli interessi in quanto assente (4° comma) o indeterminata (6° comma).

Qualora l’usura si manifesti nell’ambito di un’apertura di credito in conto corrente per anticipazioni nel corso del rapporto e non risulti pattuita nel contratto, va qualificata come sopravvenuta ed è quindi irrilevante.

Nel caso in cui vi sia prestazione di garanzia da parte di un terzo, ai fini della qualificazione come contratto autonomo di garanzia occorre che la banca dia la prova del rafforzamento della posizione creditoria non solo con l’affiancamento di un ulteriore soggetto obbligato, ma anche con la possibilità di pretendere da parte di quest’ultimo l’adempimento a prescindere dalle vicende relative al rapporto fondamentale; tale qualificazione è esclusa quando risulti che le parti abbiano espressamente e ripetutamente qualificato il negozio come fideiussione e la garanzia sia stata prestata su un modulo prestampato e predisposto unilateralmente con clausole serialmente sottoposte a tutti i clienti della banca. (Paolo Doria) (riproduzione riservata)
Tribunale Vicenza, 05 Febbraio 2020.


Legittimazione ad agire – Prescinde dalla titolarità del diritto sostanziale dedotto in giudizio – Eccezione in senso stretto – Rilevabilità su istanza di parte, a pena di decadenza, in sede di tempestiva costituzione in giudizio

Contratti in generale – Interpretazione del contratto – Canoni ermeneutici – Rilevanza del comportamento complessivo delle parti nella ricerca della comune intenzione degli stipulanti

Contratti in generale – Interpretazione del contratto – Interpretazione secondo la comune intenzione delle parti – Elementi qualificanti della vendita con effetti reali di partecipazione societaria con patto fiduciario
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La legittimazione ad agire costituisce una condizione dell’azione diretta all’ottenimento, da parte del giudice, di una qualsiasi decisione di merito, la cui esistenza è da riscontrare esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dall’azione, prescindendo quindi dalla effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa che si riferisce al merito della causa investendo i concreti requisiti di accoglibilità della domanda e, perciò, la sua fondatezza. Ne consegue che, a differenza della “legitimatio ad causam” (il cui eventuale difetto è rilevabile d’ ufficio in ogni stato e grado del giudizio), intesa come diritto potestativo di ottenere dal giudice, in base alla sola allegazione di parte, una decisione di merito, favorevole o sfavorevole, l’eccezione relativa alla concreta titolarità del rapporto dedotto in giudizio, attenendo appunto al merito, non è rilevabile d’ ufficio, ma è affidata alla disponibilità delle parti, e dunque, per farla valere proficuamente, deve essere tempestivamente formulata (richiama Cass. 11284/2010).

In materia di interpretazione del contratto, sebbene i criteri ermeneutici di cui gli artt. 1362 e ss c.c. siano governati da un principio di gerarchia interna in forza del quale i canoni strettamente interpretativi prevalgono su quelli interpretativi-integrativi, tanto da escluderne la concreta operatività quando l’applicazione dei primi risulti da sola sufficiente a rendere palese la “comune intenzione delle parti stipulanti”, la necessità di ricostruire quest’ultima senza “limitarsi al senso letterale delle parole”, ma avendo riguardo  al “comportamento complessivo” dei contraenti comporta che il dato testuale del contratto, pur rivestendo un rilievo centrale, non sia necessariamente decisivo ai fini della ricostruzione dell’ accordo, giacché il significato delle dichiarazioni negoziali non è un “prius”,  ma l’esito di un processo interpretativo che non può arrestarsi al tenore letterale delle parole, ma deve considerare tutti gli ulteriori elementi, testuali ed extratestuali, indicati dal legislatore (richiama Cass. 14432/2016).

Nell’analisi testuale del regolamento contrattuale ai fini qualificatori, depone nel senso della configurazione di una vendita con effetti reali l’utilizzo di parole come “vende” o “acquista”, ma al di là della terminologia adoperata occorre ricercare, anche nel comportamento successivo tenuto dalle parti, la comune volontà degli stipulanti di realizzare l’effetto traslativo immediato e contestuale alla stipula, che caratterizza tale tipologia contrattuale, sebbene sia pattuita l’intestazione fiduciaria delle partecipazioni societarie, che realizza una interposizione reale di persona nei rapporti con i terzi. (Ilaria Guadagno) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli, 04 Febbraio 2020.


Contratto di mutuo – Usurarietà pattizia degli interessi sia corrispettivi  sia moratori in ragione della sommatoria prevista in contratto in caso di mora – Non debenza di alcun interesse ex art. 1815, secondo comma, c.c., – Imputazione dei pagamenti alla sola linea capitale – Inesistenza di debito scaduto alla data del precetto – Nullità del precetto e della procedura esecutiva per inesigibilità del credito ex art. 474 c.p.c..
L’illecito di “usura civilistica” si consuma con il solo fatto di avere convenuto tassi usurari e non richiede affatto anche la concreta formulazione della richiesta di pagamento delle somme che sarebbero dovute in conseguenza della concorde fissazione dei tassi usurari; con ciò il legislatore non è incorso in un errore legislativo, ma ha con evidenza espresso l’esigenza di responsabilizzare l’operatore professionale dominante.

Come anche sancito da Cass. n. 55982017 e n. 231922017, ai fini usura va sommata la percentuale del tasso di interesse corrispettivo con quella pattuita per il tasso di interesse moratorio qualora la debitoria complessiva, a seguito di inadempimento dell’obbligo di restituzione delle somme mutuate, è stata convenuta con riferimento alle rate scadute (comprensive, queste, di interessi corrispettivi) maggiorate degli interessi moratori - comportando, peraltro, tale meccanismo in caso di mora produzione di interessi su interessi e quindi anatocismo.

In tal caso, anche ai sensi dell’art. 1362, secondo comma, c.c., non ha efficacia la clausola di salvaguardia quando essa è stata convenuta separatamente per gli interessi corrispettivi e per gli interessi moratori ma non anche per la loro sommatoria.

l’inciso “a qualunque titolo” di cui all’art. 1 L. 394/2000 e “sotto qualsiasi forma” di cui all’art. 644 c.p., portano chiaramente a ritenere che la portata della riforma 1081996 sanzioni la natura usuraria delle condotte costituenti reato di usura con la nullità delle convenzioni di interesse corrispettivo e moratorio.

Non appare convincente Cass. n. 262862019 nella misura in cui subordina la legge n. 3942000 ad una pretesa prevalenza degli artt. 1815 e 1384 c.c. (con riduzione ad equità dell’obbligazione di interessi moratori, raffigurabili quale clausola penale), poiché, in primis, detti articoli devono ritenersi però equiordinati (quale valore e forza di legge) alla prima; in secundis, perché la legge n. 3942000 risulta successiva agli articoli medesimi (anche rispetto alla riforma dell’art. 1815 c.c., varata nel 1996); in terzis  perché, ancora rispetto agli stessi articoli (di diritto comune), si pone come norma evidentemente eccezionale.  

In ogni caso, ai sensi dell’art. 644 c.p., deve anche ritenersi che ogni vantaggio conseguito dalla banca (quindi, sia l’interesse corrispettivo che l’interesse moratorio, sia perciò la loro sommatoria) costituisca profitto del reato e che tale vantaggio non possa quindi essere preteso – ex art. 185 c.p. - dall’autore del reato nei confronti della persona offesa dal reato stesso; ciò appare confermato anche da Cass. 274422018, la quale  ha riaffermato che l’obbligazione di interesse convenzionale e l’obbligazione di interesse moratorio hanno la medesima natura e la medesima funzione di remunerazione del capitale, con la necessaria conseguenza che le obbligazioni devono, se del caso, considerarsi unitariamente ai fini della complessiva valutazione di usurarietà.

In ragione della usurarietà pattizia, dovendosi detrarre dal piano di ammortamento la quota interessi ed imputare i pagamenti rateali esclusivamente alle somme dovute in linea capitale, va dichiarata la nullità del precetto e della procedura esecutiva qualora, alla data del precetto, i pagamenti effettuati erano sufficienti ad estinguere il debito rateale in linea capitale. (Dario Nardone) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi, 15 Gennaio 2020.


Clausola compromissoria di arbitrato irrituale stipulata "ante" d.lgs. n. 40 del 2006 - Interpretazione - Criteri - Riferimento a qualsiasi vertenza originata dal contratto - Necessità - Limiti - Fattispecie.
La clausola compromissoria devolutiva della controversia ad un arbitrato irrituale stipulata fino alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 40 del 2006 - alla quale non sono applicabili gli artt. 808-quater (sull'interpretazione della convenzione di arbitrato) e 808-ter (sull'arbitrato irrituale) c.p.c., introdotti da detto decreto - deve essere interpretata, in mancanza di volontà contraria, nel senso che rientrano nella competenza arbitrale tutte le controversie che si riferiscono a pretese aventi la "causa petendi" nel contratto cui la clausola si riferisce, con esclusione, quindi, di quelle che nello stesso contratto hanno unicamente un presupposto storico. (Nella specie, la S.C., nel cassare la sentenza impugnata, ha affermato l'esclusione dall'applicazione della clausola compromissoria riferita ad un contratto di affitto di azienda delle controversie relative alla liquidazione della quota di partecipazione nella società di capitali che aveva affittato l'azienda ed alla restituzione di somme date a mutuo alla stessa società, trovando le stesse nel contratto di affitto un mero antefatto). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 31 Ottobre 2019, n. 28011.


Canone - Aggiornamento - Determinazione convenzionale in misura differenziata e crescente per successive frazioni di tempo (cd. canone "a scaletta") - Ammissibilità - Modalità - Limiti.
In base al principio generale della libera determinazione convenzionale del canone locativo per gli immobili destinati ad uso non abitativo, deve ritenersi legittima la clausola con cui viene pattuita l'iniziale predeterminazione del canone in misura differenziata e crescente per frazioni successive di tempo nell'arco del rapporto (a) mediante la previsione del pagamento di rate quantitativamente differenziate e predeterminate per ciascuna frazione di tempo, oppure (b) mediante il frazionamento dell'intera durata del contratto in periodi temporali più brevi a ciascuno dei quali corrisponda un canone passibile di maggiorazione, ovvero (c) correlando l'entità del canone all'incidenza di elementi o di fatti (diversi dalla svalutazione monetaria) predeterminati e influenti, secondo la comune visione delle parti, sull'equilibrio economico del sinallagma. Al contrario, la legittimità di tale clausola va esclusa qualora risulti - dal testo del contratto o da elementi extratestuali della cui allegazione è onerata la parte che invoca la nullità - che i contraenti abbiano in realtà perseguito surrettiziamente lo scopo di neutralizzare soltanto gli effetti della svalutazione monetaria, eludendo i limiti quantitativi posti dall'art. 32 della l. n. 392 del 1978 e così incorrendo nella sanzione di nullità prevista dal successivo art. 79, comma 1, della stessa legge. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 26 Settembre 2019, n. 23986.


Liquidazione coatta amministrativa della ‘Veneto Banca s.p.a.’ – Contratto di cessione d’azienda e successione della ‘Intesa San Paolo s.p.a.’ nelle posizioni giuridiche passive derivanti da rapporti bancari estinti alla data del 26.6.2017 – Accordo ricognitivo del contratto di cessione – Qualificazione giuridica dell’accordo ricognitivo e suoi effetti sulla vicenda successoria.
Il d.l. n. 99/2017 ha introdotto uno statuto normativo speciale in relazione alla cessione di azienda che coinvolge la ‘Veneto Banca s.p.a. in liquidazione coatta amministrativa’ e la ‘Intesa Sanpaolo s.p.a.’.

In base al d.l. n. 99/2017 e alla corretta interpretazione del contratto di cessione d’azienda del 26.6.2017, la ‘Intesa Sanpaolo s.p.a.’ non è subentrata nelle posizioni giuridiche passive derivanti da rapporti bancari instaurati con la ‘Veneto Banca s.p.a.’ e già estinti alla data della cessione.

Il secondo accordo ricognitivo del 17 gennaio 2018, concluso dalla banca cessionaria con la ‘Veneto Banca s.p.a. in liquidazione coatta amministrativa’, ha valenza interpretativa del contratto di cessione e rileva quale condotta dimostrativa della comune intenzione dei contraenti, ai sensi dell’art. 1362, comma 2, cc. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso, 12 Giugno 2019.


Alienazione del fondo dominante - Trasferimento "ope legis" delle servitù inerenti - Configurabilità - Condizioni - Omessa menzione nell'atto di acquisto - Irrilevanza - Opponibilità all'acquirente del fondo servente - Trascrizione del titolo costitutivo della servitù - Necessità - Fondamento.
In virtù del c.d. principio di ambulatorietà delle servitù, l'alienazione del fondo dominante comporta anche il trasferimento delle servitù attive ad esso inerenti, anche se nulla venga al riguardo stabilito nell'atto di acquisto, così come l'acquirente del fondo servente - una volta che sia stato trascritto il titolo originario di costituzione della servitù - riceve l'immobile con il peso di cui è gravato, essendo necessaria la menzione della servitù soltanto in caso di mancata trascrizione del titolo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 14 Maggio 2019, n. 12798.


Clausola obbligante il conduttore a farsi carico di ogni tassa, imposta ed onere relativi ai beni locati - Validità - Condizioni.
La clausola del contratto di locazione che attribuisca al conduttore l’obbligo di farsi carico di ogni tassa, imposta ed onere relativi ai beni locati ed al contratto, tenendone conseguentemente manlevato il locatore, non è affetta da nullità per violazione di norme imperative, ne' in particolare per violazione del precetto costituzionale dettato dall’art. 53 della Costituzione, qualora essa sia stata prevista dalle parti come componente integrante la misura del canone locativo e non implichi che il tributo debba essere pagato da un soggetto diverso dal contribuente, trattandosi in tal caso di pattuizione da ritenersi in via generale consentita in mancanza di una specifica diversa disposizione di legge. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 Marzo 2019, n. 6882.


Contratto atipico – Contratto di agenzia – Condizione risolutiva – Interpretazione delle clausole contrattuali – Reale volontà dei contraenti – Efficacia ex tunc della risoluzione all’inverarsi della condizione.
La clausola condizionale risolutiva si distingue dalla clausola risolutiva espressa in quanto, nel primo caso, la risoluzione è legata ad un momento oggettivo (l’inverarsi della condizione) mentre, nel secondo caso, al compimento di un’azione potestativa (la dichiarazione della parte non inadempiente di voler far cessare il contratto).

La natura condizionata-risolutiva della pattuizione può essere riconosciuta indagando la reale volontà dei contraenti, anche al di là dell’aticipità del contratto e/o dell’atecnicità della terminologia impiegata. Risolto il contratto in forza di avveramento dell’evento dedotto in condizione risolutiva, l’accordo cessa di produrre i propri effetti ex tunc, con conseguente obbligo per l’accipiens di restituire quanto percepito.

[Nel caso di specie, il tribunale, ritendendo avverata la condizione risolutiva, ha dichiarato la caducazione automatica del contratto atipico di collaborazione (avente ad oggetto la ricerca di nuovi clienti e l’implementazione della rete di vendita) ed ha accolto la domanda riconvenzionale del preponente di condanna del collaboratore alla restituzione delle somme già incassate nel corso del rapporto.] (Danilo Griffo) (riproduzione riservata)
Tribunale Brescia, 16 Novembre 2018.


Contratto atipico – Contratto di agenzia – Condizione risolutiva – Interpretazione delle clausole contrattuali – Reale volontà dei contraenti – Efficacia ex tunc della risoluzione all’inverarsi della condizione.
La clausola condizionale risolutiva si distingue dalla clausola risolutiva espressa in quanto, nel primo caso, la risoluzione è legata ad un momento oggettivo (l’inverarsi della condizione) mentre, nel secondo caso, al compimento di un’azione potestativa (la dichiarazione della parte non inadempiente di voler far cessare il contratto). La natura condizionata-risolutiva della pattuizione può essere riconosciuta indagando la reale volontà dei contraenti, anche al di là dell’aticipità del contratto e/o dell’atecnicità della terminologia impiegata. Risolto il contratto in forza di avveramento dell’evento dedotto in condizione risolutiva, l’accordo cessa di produrre i propri effetti ex tunc, con conseguente obbligo per l’accipiens di restituire quanto percepito.

[Nel caso di specie, il tribunale, ritenendo avverata la condizione risolutiva, ha dichiarato la caducazione automatica del contratto atipico di collaborazione (avente ad oggetto la ricerca di nuovi clienti e l’implementazione della rete di vendita) ed ha accolto la domanda riconvenzionale del preponente di condanna del collaboratore alla restituzione delle somme già incassate nel corso del rapporto.] (Danilo Griffo) (riproduzione riservata)
Tribunale Brescia, 16 Novembre 2018.


Ius superveniens - Ultra ed extra petita - Domanda di accertamento della nullità del testamento - Possibilità per il giudice di pronunciarne l'annullamento - Vizio di ultrapetizione - Configurabilità - Esclusione - Limiti - Principio di conservazione della volontà del testatore - Irrilevanza.
La domanda giudiziale con cui la parte intenda fare accertare la nullità di un testamento, al fine di poterne disconoscere gli effetti, si pone, rispetto ad un'ipotetica domanda di annullamento di quel medesimo atto dipendente da un'invalidità meno grave, nei termini di maggiore a minore, sicché il giudice, in luogo della richiesta declaratoria di radicale nullità del testamento, può pronunciarne l'annullamento, ai sensi dell'art. 606, comma 2, c.c., ove quest'ultimo risulti fondato sugli stessi fatti, senza che la sentenza sia censurabile per il vizio di ultrapetizione; né rileva, al riguardo, il principio di conservazione delle ultime volontà del defunto, non ricorrendo, nel caso in esame, una questione di interpretazione del testamento, bensì di qualificazione della suddetta domanda di nullità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 29 Ottobre 2018, n. 27414.


Successione – Testamentaria – Interpretazione del testamento – Sussidiarietà del ricorso a elementi estrinseci al testamento – Affermazione

Lascito di usufrutto universale – In assenza di altre disposizioni attributive della qualità di erede – Natura di legato – Affermazione
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L’interpretazione del testamento è caratterizzata, rispetto a quella contrattuale, da una più penetrante ricerca della volontà del testatore, la quale va individuata con riferimento sulla base dell’esame globale della scheda testamentaria e, solo in via sussidiaria, con il ricorso ad elementi estrinseci ma pur sempre riferibili al testatore, quali ad esempio la personalità dello stesso, la sua mentalità, cultura, condizione sociale, ambiente di vita, ecc.. L’accertamento di tale volontà è sindacabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole di ermeneutica sopra descritte. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Costituisce un legato – non subentrando l’usufruttuario in rapporti qualitativamente uguali a quelli del defunto - il lascito avente ad oggetto l’usufrutto, generale o pro quota, dell’asse, ove non accompagnato da altre disposizioni idonee a far derivare la qualità di erede. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. II, 31 Maggio 2018, n. 13868.


Intermediazione finanziaria – Contratti derivati Interest Rate Swap – Master Agreement ISDA – Clausola di proroga della giurisdizione – Interpretazione – Sussistenza giurisdizione del Giudice italiano – Domanda principale – Domanda responsabilità extracontrattuale.
L’art. 13 dell’ISDA Master Agreement rubricato “Governing Law and Jurisdiction” deve essere interpretato secondo il senso letterale e in senso rigorosamente restrittivo con la conseguenza che la clausola di deroga della competenza giurisdizionale si estende alle sole controversie attinenti al contratto e non anche a quelle di natura extracontrattuale. Il riferimento per la verifica della giurisdizione, inoltre, si desume per giurisprudenza costante dal petitum sostanziale e dalle ragioni della domanda (nel caso di specie la società attrice aveva chiesto in via principale l’accertamento della responsabilità extracontrattuale e precontrattuale e la conseguente condanna risarcitoria per violazioni di norme comportamentali da parte dell’intermediario finanziario). (Marco Dalla Zanna) (Franco Fabiani) (riproduzione riservata) Appello Milano, 10 Aprile 2018.


Obbligazioni e contratti - Contratto preliminare e contratto definitivo - Fonte dei diritti e degli obblighi - Individuazione.
Nel caso in cui le parti, dopo avere stipulato un contratto preliminare, abbiano stipulato il contratto definitivo, quest'ultimo costituisce l'unica fonte dei diritti e delle obbligazioni inerenti al negozio voluto, in quanto il contratto preliminare, determinando soltanto l'obbligo reciproco della stipulazione del contratto definitivo, resta superato da questo, la cui disciplina può anche non conformarsi a quella del preliminare, salvo che le parti non abbiano espressamente previsto che essa sopravviva (Cass. 11-7-2007 n. 15585; Cass. 18-7-2003 n. 11262; Cass.25-2-2003 n. 2824; Cass. 18-4-2002 n. 5635; Cass. 29-4-1998 n. 4354).

E' stato ulteriormente puntualizzato che la presunzione di conformità del nuovo accordo alla volontà delle parti può, nel silenzio del contratto definitivo, essere vinta soltanto dalla prova - che deve risultare da atto scritto, ove il contratto abbia ad oggetto beni immobili - di un accordo posto in essere dalle stesse parti, contemporaneamente, alla stipula del definitivo, dal quale risulti che altri obblighi o prestazioni, contenuti nel preliminare, sopravvivono al contratto definitivo; e che tale prova, secondo le regole generali del processo, va data dall'attore, trattandosi di fatto costitutivo della domanda con la quale egli chiede l'adempimento di un obbligo che, pur riportato nel contratto preliminare, egli può far valere in forza del distinto accordo intervenuto fra le parti all'atto della stipula del contratto definitivo (Cass. 10-1-2007 n. 233).

Questo Collegio sa bene che, secondo altro indirizzo (Cass. 18-11-1987 n. 8486), la stipula del contratto definitivo costituirebbe soltanto l'adempimento delle obbligazioni assunte con il preliminare; dal che conseguirebbe che questo e non il contratto definitivo sarebbe l'unica fonte dei diritti e degli obblighi delle parti, con l'ulteriore corollario che l'eventuale modifica degli accordi stabiliti col preliminare dovrebbe essere accertata in concreto e non sarebbe deducibile, in caso di preliminare di vendita di una pluralità di beni, dalla sola circostanza che il contratto definitivo abbia avuto ad oggetto soltanto alcuni di essi. Tuttavia, ritiene, il Collegio, che quest'ultimo indirizzo non solo risulta isolato nel panorama giurisprudenziale di questa Corte, ma non è condivisibile, perchè, così argomentando, da un lato verrebbe a negarsi il valore di "nuovo" accordo alla manifestazione di volontà delle parti consacrata nel definitivo, che assurgerebbe, quindi, a mera ripetizione del preliminare, ponendosi in tal modo un limite ingiustificato all'autonomia privata; e, dall'altro, si attribuirebbe natura negoziale all'adempimento, in contrasto con la concezione, ormai dominante, che vede in esso il "fatto" dell'attuazione del contenuto dell'obbligazione e non un atto di volontà (Cass. 10-1-2007 n. 233). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. II, 14 Marzo 2018, n. 6223.


Obbligazioni - Estinzione dell'obbligazione - Rinunzia - In genere - Rinunzia tacita - Comportamento concludente - Necessità - Silenzio o inerzia - Sufficienza - Esclusione.
La rinuncia ad un diritto oltre che espressa può anche essere tacita; in tale ultimo caso può desumersi soltanto da un comportamento concludente del titolare che riveli in modo univoco la sua effettiva e definitiva volontà abdicativa; al di fuori dei casi in cui gravi sul creditore l'onere di rendere una dichiarazione volta a far salvo il suo diritto di credito, il silenzio o l'inerzia non possono essere interpretati quale manifestazione tacita della volontà di rinunciare al diritto di credito, la quale non può mai essere oggetto di presunzioni. (Nella specie, una società aveva aderito ad un accordo di ristrutturazione dei debiti proposto da una società poi fallita, che prevedeva l’alienazione del marchio da parte di quest’ultima; la S.C. ha escluso la configurabilità, in tale comportamento adesivo, di una rinuncia tacita alla penale correlata all’inadempimento dell’obbligazione, in precedenza assunta dalla fallita, di conferire detto marchio in una terza società che entrambe avevano pattuito di costituire). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 05 Febbraio 2018, n. 2739.


Poprietà - Azioni a difesa della proprietà - Rivendicazione - Identificazione dei fondi - Controversia in ordine ad una porzione di beni immobili espropriati in danno di un fallito ed aggiudicati a due distinti soggetti - Accertamento della proprietà rispettiva da parte del giudice - Criteri.
Qualora due aggiudicatari di beni immobili, espropriati in danno di un fallito, controvertano in ordine ad una porzione dei beni medesimi, il giudice del merito adito, sia con opposizione all’esecuzione dei decreti di aggiudicazione e trasferimento, sia con azione di rivendica o accertamento della proprietà, può e deve procedere all'interpretazione dei detti titoli, al fine di stabilirne l'esatta portata e di individuare i beni che ne formano oggetto, facendo ricorso, in caso d'insufficienza o contraddittorietà degli elementi in essi contenuti, agli altri atti della procedura espropriativa e, in particolare, ai provvedimenti di vendita ed ai relativi bandi. Ove, poi, la relativa indagine non consenta di pervenire a risultati certi ed univoci in ordine all'estensione ed ai limiti dell'effetto traslativo, i dati emergenti dagli atti anzidetti dovranno da detto giudice essere integrati con tutti gli altri elementi utili al fine dell'esatta individuazione dei beni trasferiti, quali estremi catastali, soggetti e proprietà confinanti, e, in generale, da qualsiasi altra fonte di prova acquisita al processo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 19 Gennaio 2018, n. 1361.


Assemblea dei condomini - Deliberazioni - Interpretazione - Volontà negoziale - Criteri.
Le delibere dell’assemblea condominiale, ove esprimano una volontà negoziale, devono essere interpretate secondo i canoni ermeneutici stabiliti dagli artt.1362 e seguenti c.c., privilegiando, innanzitutto, l'elemento letterale, e quindi, nel caso in cui esso si appalesi insufficiente, gli altri criteri interpretativi sussidiari indicati dalla legge, tra cui quelli della valutazione del comportamento delle parti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 30 Novembre 2017, n. 28763.


Condominio - Regolamento di condominio - Condominio - Facoltà del singolo condomino di ottenere l'esibizione dei documenti contabili - Specifica clausola regolamentare disciplinante le modalità attuative - Interpretazione - Prassi successiva all'approvazione - Rilevanza - Fattispecie.
In tema di condominio negli edifici, le prescrizioni del regolamento aventi natura solo organizzativa, come quelle che disciplinano la facoltà di accesso ai documenti contabili, possono essere interpretate, giusta l'art. 1362, comma 2, c.c., anche alla luce della condotta tenuta dai comproprietari posteriormente alla relativa approvazione ed anche "per facta concludentia", in virtù di comportamento univoco. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione impugnata che, a fronte di una clausola del regolamento che imponeva all’amministratore di trasmettere ad ogni condomino, almeno dieci giorni prima della riunione convocata per la relativa approvazione, copia dei preventivi e dei rendiconti, nonché di tenere a disposizione, per lo stesso periodo, documenti e giustificativi di cassa, ne aveva ritenuto legittima l'interpretazione consistente nella fissazione, nell'avviso di convocazione, di un unico giorno per consentire, previo appuntamento, la visione della contabilità, siccome conforme alla prassi tenuta dagli amministratori avvicendatisi nell'ultimo decennio). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 18 Maggio 2017, n. 12579.


Locazione finanziaria – Accertamento dell’Agenzia delle entrate – Sanzioni – Oneri a carico dell’utilizzatore – Esclusione.
La clausola del contratto di locazione finanziaria che faccia carico all’utilizzatore di tutte le spese, imposte e tasse nonché di qualsiasi onere o tributo inerente alla esecuzione o risoluzione del contratto, non può essere interpretata in via estensiva fino a ricomprendere eventuali sanzioni conseguenti all’accertamento con il quale l’Agenzia delle entrate abbia ritenuto che la causa in senso proprio del rapporto contrattuale stipulato dalle parti non corrisponda a quella del leasing bensì a quella della cessione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 27 Febbraio 2017.


Lavoro - Lavoro subordinato - Rinunzie e transazione - Ricevuta a saldo (qualificazione e valore) - Efficacia di rinuncia e transazione - Condizioni - Consapevole volontà abdicativa - Necessità - Fattispecie.
La quietanza a saldo sottoscritta dal lavoratore, che contenga una dichiarazione di rinuncia a maggiori somme riferita, in termini generici, ad una serie di titoli in astratto ipotizzabili in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione del relativo rapporto, in quanto assimilabile alle clausole di stile e non sufficiente di per sé a comprovare l'effettiva sussistenza di una volontà dispositiva, può assumere il valore di rinuncia o di transazione a condizione che risulti accertato, sulla base dell'interpretazione del documento o per il concorso di altre specifiche circostanze desumibili "aliunde", che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati od obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito ritenendo che il riferimento generico all'indennità di anzianità maturata al 31 maggio 1982, presente nell'accordo sottoscritto all'atto della risoluzione del rapporto, fosse del tutto inidoneo a radicare nel lavoratore la consapevolezza di rinunciare al computo del compenso per lavoro straordinario ai fini della determinazione del t.f.r. nel suo complesso). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 19 Settembre 2016, n. 18321.


Azienda - Cessione - Responsabilità del cessionario per debiti futuri - Debito derivante dalla sopravvenuta inefficacia di pagamenti di crediti aziendali risultanti dalla documentazione contabile al momento della cessione dell'azienda.
La Prima sezione civile della corte di cassazione ha chiesto alle Sezioni Unite un intervento chiarificatore sulla questione se la cessione dell'azienda comporti comunque per il cessionario l'accollo dei debiti anche futuri di cui risultino i presupposti e, in particolare, dei debiti che nasceranno dalla sopravvenuta dichiarazione di inefficacia di pagamenti di crediti aziendali risultanti dalla documentazione contabile al momento della cessione dell'azienda.

Nell'ordinanza di rimessione si osserva che, secondo la giurisprudenza prevalente, «l'art. 58 del d.lgs. 10 settembre 1993, n. 385, nel prevedere il trasferimento delle passività al cessionario, in forza della sola cessione e del decorso del termine di tre mesi dalla pubblicità notizia di essa (secondo quanto previsto dal comma 2 dello stesso art. 58), e non la mera aggiunta della responsabilità di quest'ultimo a quella del cedente, deroga all'art. 2560 c.c., su cui prevale in virtù del principio di specialità» (Cass., sez. III, 26 agosto 2014, n. 18258, m. 632303) e comporta perciò il trasferimento anche dei debiti per sanzioni irrogate dopo la cessione per fatti commessi in precedenza (Cass., sez. IL 29 ottobre 2010, n. 22199, m. 614833).

Sennonché, se è indiscutibile che l'art. 58 legge bancaria prevede la liberazione del cedente alla scadenza del termine di tre mesi (Cass., sez. I, 3 maggio 2010, n. 10653, m. 613303), questa deroga non esclude affatto che quello previsto dall'art. 2560 c.c. sia un accollo cumulativo con trasferimento dei debiti al cessionario. E se nel caso della cessione bancaria è la legge a prevedere che ne consegua il trasferimento di tutte le situazioni soggettive attive e passive, non si vede perché un analogo effetto traslativo non debba aversi anche per le cessioni delle altre aziende commerciali, almeno quando sia l'atto di cessione a includere espressamente, come nel caso in esame, «tutte le situazioni attive e passive quali risultanti dalle scritture contabili regolarmente tenute». (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 21 Aprile 2016, n. 8090.


Diritto reale di abitazione – Limitazioni convenzionali alle facoltà di godimento dell’habitor – Configurabilità – Esclusione – Qualificazione in termini di comodato vita natural durante – Sussistenza.
Al fine di determinare se le parti, nell’esercizio dell’autonomia privata loro riconosciuta, abbiano voluto costituire un diritto reale di abitazione o se, al contrario, abbiano inteso dar vita ad un comodato vita natural durante, occorre indagare la comune volontà delle parti, secondo i canoni ermeneutici di cui all’art. 1362 e ss c.c. Pertanto, laddove i contraenti abbiano convenzionalmente limitato le facoltà di godimento tipicamente caratterizzanti il diritto di abitazione, deve affermarsi la qualificazione del rapporto in termini di diritto personale di godimento, non potendo i privati creare figure di diritti reali al di fuori di quelle previste dalla legge, né modificarne gli aspetti di sostanza e contenuto, stanti i principi di tipicità e di “numerus clausus” dei diritti reali. (Nella specie il Tribunale ha ritenuto che la circostanza per la quale i contraenti avessero convenzionalmente pattuito che il solo beneficiario potesse godere dell’immobile - con espressa esclusione, dunque, dei familiari con lo stesso conviventi - rappresentasse un significativo dato ermeneutico per escludere la qualificazione del rapporto in termini di diritto reale di abitazione, figura negoziale, tale ultima, che per definizione normativa contempla l’estensione delle facoltà di godimento ai familiari dell’”habitor”). (Fabio Internicola) (riproduzione riservata) Tribunale Torre Annunziata, 31 Marzo 2016.


Società  di capitali - Conferimenti - Versamento dei soci in conto di futuro aumento del capitale - Natura giuridica - Conferimenti atipici a titolo di mutuo - Ammissibilità - Interpretazione della volontà delle parti - Terminologià adottata nel bilancio - Rilevanza - Fondamento.
I versamenti effettuati dai soci della società in conto di futuro aumento di capitale, pur non determinando un incremento del capitale sociale e pur non attribuendo alle relative somme la condizione giuridica propria del capitale, hanno una causa che, di norma, è diversa da quella del mutuo essendo, invece, assimilabile a quella del capitale di rischio, con la conseguenza che anche tali versamenti vanno iscritti in bilancio non tra le passività ma come riserva nell'ambito del patrimonio netto.

Al fine di stabilire la natura del versamento effettuato dai soci e, quindi, di determinare l'esatta iscrizione della relativa posta in bilancio, si deve procedere ad un'interpretazione della volontà delle parti e, in difetto di una chiara manifestazione di volontà, dovranno essere considerati indici quali la terminologia adottata in bilancio, il modo in cui il rapporto è attuato in concreto e le finalità pratiche cui il finanziamento è diretto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Latina, 18 Novembre 2015.


Regolamento di condominio - Limitazioni - Interpretazione.
Le norme contenute nei regolamenti condominiali posti in essere per contratto possono imporre limitazioni al godimento ed alla destinazione di uso degli immobili in proprietà esclusiva dei singoli condomini. Peraltro, le disposizioni contenute nel regolamento condominiale contrattuale che si risolvano nella compressione delle facoltà e dei poteri inerenti al diritto di proprietà dei singoli partecipanti, devono essere espressamente e chiaramente manifestate dal testo o, comunque, devono risultare da una volontà desumibile in modo non equivoco da esso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. II, 20 Novembre 2014, n. 24707.


Art. 6 CCNL dirigenti credito – Azione penale nei confronti del dirigente – Rifusione da parte della Società delle spese del giudizio sostenute dal dirigente – Presupposti.
L’art. 6 del CCNL dei dirigenti del settore del Credito non si riferisce a tutte le ipotesi di reato commesso “durante o in occasione” del rapporto di lavoro ma univocamente e soltanto a quello commesso nell’”esercizio delle sue funzioni”, in particolare il beneficio previsto dalla norma, che pone a carico dell’Azienda le spese giudiziali sostenute dal dirigente, si applica solo in caso di corretto esercizio delle funzioni e quando la parte lesa del reato non sia l’azienda stessa.

Per espressa previsione delle Parti sociali e in base alla interpretazione letterale, ex. art. 1362 c.c., la norma in oggetto si applica esclusivamente alle fattispecie attinenti “strictu sensu” al processo penale, come ad esempio l’informazione di garanzia. (Nel caso si trattava di contestazioni da parte della Banca d’Italia, le quali solo potenzialmente avrebbero potuto avere risvolti penalistici). (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 18 Novembre 2014.


Vendita di personal computer e licenza d'uso di sistema operativo - Collegamento negoziale - Esclusione - Fondamento - Conseguenze.
Non sussiste un’ipotesi di collegamento negoziale tra i contratti di compravendita di un “notebook” e di una licenza d’uso di sistema operativo, non essendo gli stessi diretti a realizzare uno scopo pratico unitario, sicché, ove l’acquirente esprima – all’avvio del computer – una manifestazione negativa di volontà all’uso di detto sistema, essa è destinata a ripercuotersi esclusivamente nel contratto in cui è stata manifestata, non comportando lo scioglimento dell’intera operazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 11 Settembre 2014, n. 19161.


Interpretazione del contratto - Interpretazione letterale - Rilevanza del comportamento delle parti - Importanza del contesto..
Il principio ermeneutico c.d. del "gradualismo", di cui peraltro non c'è traccia nell'articolo 1362 c.c., se appare condivisibile laddove subordina il ricorso ai criteri oggettivi di interpretazione al fallimento di quelli soggettivi, è invece fuori luogo quando faccia prevalere l'interpretazione letterale sul comportamento delle parti. Pertanto, fermo restando il principio che il senso letterale della dichiarazione costituisce il punto di partenza dell'interpretazione, al fine di chiarire l'esatto significato di una dichiarazione contrattuale, occorre dare al contesto una rilevanza pari a quella del testo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova, 12 Luglio 2013.


Società di capitali - Società per azioni - Costituzione - Modi di formazione del capitale - Conferimenti - Versamento dei soci in conto di futuro aumento del capitale - Natura giuridica - Conferimenti atipici a titolo di mutuo - Ammissibilità - Interpretazione della volontà delle parti - Terminologià adottata nel bilancio - Rilevanza - Fondamento.
I versamenti effettuati dai soci della società in conto di futuro aumento di capitale, pur non determinando un incremento del capitale sociale e pur non attribuendo alle relative somme la condizione giuridica propria del capitale, hanno una causa che, di norma, è diversa da quella del mutuo ed è assimilabile invece a quella di capitale di rischio; ciò non esclude, tuttavia, che tra la società ed i soci possa essere convenuta l'erogazione di un capitale di credito e che, quindi, i soci possano effettuare versamenti in favore della società a titolo di mutuo. Lo stabilire poi, in concreto, la natura del versamento, è questione di interpretazione, che, in difetto di una chiara manifestazione di volontà, ben può essere ricavata dalla terminologia adottata nel bilancio, poiché questo è soggetto all'approvazione dei soci e le qualificazioni che i versamenti hanno ricevuto diventano determinanti per stabilire se si controverta, appunto, di un finanziamento o di un conferimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Agosto 2008, n. 21563.


Procedimento civile - Domanda giudiziale - Interpretazione e qualificazione giuridica - Regole di ermeneutica contrattuale - Applicabilità - Fattispecie relativa all'applicazione del principio di conservazione degli effetti degli atti giuridici..
La domanda giudiziale è una dichiarazione di volontà diretta alla produzione di effetti giuridici tutelati dall'ordinamento, e pertanto il suo contenuto è definibile anche attraverso l'applicazione (in via analogica) delle regole di ermeneutica contrattuale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, ritenendo applicabile il generale principio di conservazione degli atti giuridici, contenuto nell'art. 1367 cod. civ., anche alla domanda giudiziale di riassunzione, aveva ritenuto che la stessa privata, della parte inammissibile, per la parte residua restasse ammissibile). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 21 Luglio 2005, n. 15299.