Codice Civile


LIBRO QUARTO
Delle obbligazioni
TITOLO II
Dei contratti in generale
CAPO I
Disposizioni preliminari

Art. 1321

Nozione
TESTO A FRONTE

I. Il contratto è l'accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale.


GIURISPRUDENZA

Accordi di ristrutturazione con intermediari finanziari – Verifica del tribunale dei criteri di formazione della categoria dei creditori non aderenti che subiscono l’estensione dell’accordo – Necessità

Accordi di ristrutturazione con intermediari finanziari – Conflitto di interessi e contrasto di interessi – Neutralizzazione – Modalità
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Nell’accordo di ristrutturazione con intermediari finanziari,  il tribunale ha il compito verificare la corretta formazione della categoria dei creditori non aderenti che subiscono l’estensione dell’accordo e il raggiungimento delle maggioranze prescritte dall’art. 182 septies, comma 2, l.fall..

Considerata la riconducibilità dell’accordo di ristrutturazione alla categoria del contratto sono applicabili i principi generali contenuti nella disciplina generale di cui agli artt. 1321 ss., a partire dal principio di conservazione (artt. 1367, 1419, 1424 c.c.), ripreso, peraltro, anche in materia di delibere societarie; di conseguenza, nell’ipotesi in cui non sia corretta l’individuazione della categoria operata in seno all’accordo è possibile ipotizzare, quasi come se si trattasse di una sorta di prova di resistenza, se l’accordo possa reggere a seguito della diversa prospettazione delle categorie.

Il problema della neutralizzazione del voto contrario o della mancata adesione del creditore cd. qualificato inserito in una categoria ex art. 182 septies, comma 2, l.fall. presuppone la necessaria distinzione tra conflitto di interessi e contrasto di interessi.

Il primo determina una possibile patologia ai fini della decisione o del voto su una proposta concordataria o sull’adesione ad un accordo secondo il principio maggioritario che viene neutralizzata mediante la mancata considerazione sia ai fini della percentuale totale dei crediti rilevanti all’interno della classe o della categoria, sia ai fini della manifestazione del voto o dell’adesione.

Il secondo determina, invece, una vicenda fisiologica che può condurre la parte a raggiungere un accordo o ad aderire alla proposta del debitore o a ritenere quest’ultima (o l’accordo proposto) non conveniente al punto da esprimere un voto contrario (sulla proposta concordataria) o da non aderire ad un accordo di ristrutturazione.

La valutazione circa l’adesione all’accordo proposto dal debitore e la possibile sterilizzazione del creditore non aderente al quale si vuole estendere il trattamento della categoria di creditori non possono ampliarsi al punto di andare a sindacare una valutazione di non convenienza da parte del creditore, al di là dei limiti percentuali codificati nell’art. 182 septies, comma 2, l.fall., in mancanza di elementi fattuali che portino a ritenere che il creditore abbia tenuto un comportamento contrario a buona fede; la valutazione di convenienza in ordine alle alternative concretamente praticabili è, infatti, prevista nell’art. 182 septies, comma 4, l.fall. per l’estensione degli effetti dell’accordo al creditore non aderente, ma non per superare il limite del settantacinque per cento dei crediti di cui siano titolari i creditori aderenti all’accordo al fine di ottenere l’estensione degli effetti di quest’ultimo anche ai non aderenti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Prato, 30 Marzo 2021.


Contratti – Requisiti accidentali – Presupposizione – Nozione – Situazione di fatto o di diritto esterna al contratto e comune alle parti – Presupposto inespresso di efficacia del vincolo contrattuale – Requisiti – Specificità, obiettività e certezza – Mancata verificazione dell’evento – Conseguenze – Diritto di recesso – Configurabilità – Fattispecie.
Si ha presupposizione quando una determinata situazione di fatto o di diritto - comune ad entrambi i contraenti ed avente carattere obiettivo (essendo il suo verificarsi indipendente dalla loro volontà e attività) e certo - sia stata elevata dai contraenti stessi a presupposto condizionante il negozio, in modo da assurgere a fondamento, pur in mancanza di un espresso riferimento, dell'esistenza ed efficacia del contratto. (In applicazione del principio, la S.C. - riguardo ad una complessa vicenda concernente la cessione, da parte di una curatela fallimentare, di un credito di 10 milioni di dollari statunitensi verso l'Iraq per un prezzo minimo, poi seguita invece da una riscossione fruttuosa - ha escluso che la difficilissima recuperabilità del credito oggetto del contratto costituisse "presupposto inespresso" del negozio). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 24 Agosto 2020, n. 17615.


Atto di destinazione di un bene ex art. 2645 ter c.c. - Natura, di regola, unilaterale e gratuita - Sussistenza - Presupposti - Contestuale destinazione di propri beni per le esigenze altrui - Irrilevanza - Inserimento in atto pubblico dal contenuto più ampio - Rilevanza - Limiti.
L'atto di semplice destinazione di un bene (senza il trasferimento della proprietà dello stesso) alla soddisfazione di determinate esigenze, ai sensi dell'art. 2645 ter c.c., costituisce, di regola, un negozio unilaterale - non perfezionandosi con l'incontro delle volontà di due o più soggetti, ma essendo sufficiente la sola dichiarazione di volontà del disponente - e a titolo gratuito, in quanto di per sé determina un sacrificio patrimoniale da parte del disponente, che non trova contropartita in una attribuzione in suo favore; esso resta tale anche se, nel contesto di un atto pubblico dal contenuto più ampio, ciascuno dei beneficiari del vincolo abbia a sua volta destinato propri beni in favore delle esigenze di tutti gli altri - risultando in tal caso i diversi negozi di destinazione solo occasionalmente contenuti nel medesimo atto pubblico notarile -, salvo che risulti diversamente, sulla base di una puntuale ricostruzione del contenuto effettivo della volontà delle parti e della causa concreta del complessivo negozio dalle stesse posto in essere. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 13 Febbraio 2020, n. 3697.


Separazione consensuale – Divorzio congiunto – Accordi dei coniugi – Qualificabilità come negozi o contratti – Sussiste – Conseguenze – Impugnabilità (a causa di nullità o annullabilità) – Sussiste – Modalità – Mediante autonomo giudizio di cognizione – Necessità – Sussiste .
Nella separazione consensuale, così come nel divorzio congiunto, si stipula un accordo, di natura sicuramente negoziale che, frequentemente, per i profili patrimoniali, si configura come un vero e proprio contratto. Non rileva che, in sede di divorzio, esso sia recepito, fatto proprio dalla sentenza: all’evidenza, tale pronuncia è necessaria per lo scioglimento del vincolo matrimoniale ma, quanto all’accordo, si tratta di un controllo esterno del giudice, analogo a quello della separazione consensuale. Ove l’accordo (o il contratto) sia nullo, tale nullità potrebbe essere fatta valere da chiunque vi avesse interesse e dunque anche da chi avesse dato causa a tale nullità. E tale accordo (o contratto) potrebbe essere oggetto di annullamento da parte del soggetto incapace o la cui volontà risulti viziata (ad es. da un errore, magari sulla sussistente dell’interesse del minore ovvero dal dolo di una delle parti). Ma nullità o annullamento non potrebbero costituire motivo di impugnazione da parte dei soggetti dell’accordo da cui essi sono vincolati, ma dovrebbero essere fatti valere in un autonomo giudizio di cognizione (Cass. Civ. n. 17067 del 2003, Cass. Civ. n. 18066 del 2014). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 21 Aprile 2015.


Divorzio – Accordi negoziali – Clausola di trasferimento di immobile – Validità.
La clausola di trasferimento di un immobile tra i coniugi, contenuta nei verbali di separazione o recepita dalla sentenza di divorzio congiunto o, ancora, sulla base di conclusioni uniformi – come è accaduto nel caso di specie – è valida tra le parti e nei confronti dei terzi, essendo soddisfatta l’esigenza della forma scritta. (Adelaide Caravaglios) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 20 Agosto 2014, n. 18066.


Appalto misto a compravendita o a permuta - Riserva del venditore appaltante di cedere unità immobiliari solo dopo l'adempimento degli obblighi della controparte - Negozio fiduciario - Opponibilità al fallimento della controparte - Scopo e forma di garanzia contrattuale - Irrilevanza

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Il negozio fiduciario, caratterizzato da un negozio esterno realmente voluto e pienamente efficace anche nei confronti dei terzi, collegato con un negozio interno di natura obbligatoria diretto a modificare il risultato finale del primo, e, di norma, opponibile al fallimento di una delle parti, anche se diretto a realizzare una Forma atipica di garanzia. Pertanto, quando in una compravendita immobiliare, o in un appalto misto a compravendita o a permuta, il venditore appaltante si sia riservato sul piano obbligatorio di cedere la proprietà di unita immobiliari solo dopo l'adempimento degli obblighi contrattuali della controparte, tale patto fiduciario resiste di fronte al fallimento dell'acquirente appaltatore, anche se realizza una Forma di garanzia contrattuale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 17 Luglio 1974, n. 2132.